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Di come il nigeriano “Alì” partecipò all’insurrezione di Varsavia

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Articolo di Luca Palmarini

Di lui si sa poco, ma secondo alcune testimonianze August Agbola O’Brown (oppure Browne) fu l’unico africano a partecipare all’insurrezione di Varsavia. Da qualche anno gli storici dell’Istituto della Memoria Nazionale (IPN) stanno cercando di ricostruire le sue tracce. La storia di questo uomo di origine africana, che durante il ventennio tra le due guerre si era trasferito in Polonia, viene narrata anche nel libro intitolato Afryka w Warszawie. Dzieje afrykańskiej diaspory nad Wisłą (autori: Paweł Średziński, Mamadou Diouf, edizioni Fundacja Afryka inaczej, Warszawa 2010, capitolo “Powstaniec  z Nigerii”).

O’Brown nacque in Nigeria, probabilmente nel 1895. Da giovane lavorò come marinaio, poi approdò nel porto di Danzica nel 1922. In seguito decise di stabilirsi in Polonia che con il tempo divenne la sua seconda patria. Si trasferì a Varsavia, dove abitò prima in via Złota, poi in via Hoża. Si sposò con una polacca da cui ebbe due figli.

 

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Alcuni lo ricordano per la sua eleganza nel vestire e per il fascino che esercitava sulle donne. Spesso passeggiava per via Marszałkowska e il giardino sassone, sempre in giacca classica, la cravata e il cappello. Era sempre allegro e sorridente. Lavorava come batterista in un  gruppo che faceva musica jazz nella capitale. Sempre secondo le testimonianze raccolte in Afryka w Warszawie, le persone africane di origine a Varsavia negli anni Venti e Trenta erano prpbabilmente quattro, tre musicisti e un portiere d’albergo.

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Durante l’occupazione insegnava le lingue straniere (ne conosceva 5) e vendeva  attrezzature elettroniche.

Alcuni superstiti alla guerra narrano della sua partecipazione alla resistenza e in seguito alla rivolta di Varsavia. Il suo nome di battaglia era “Alì”. Le testimonianze della presenza di una persona di colore nella postazione in via Marszalkowska 74 sembrano essere concordi, ma di documenti scritti non en sono rimasti. Una testimonianza autorevole è quella di Jan Radecki, nome di battaglia “Czarny” (Nero) che lo vide combattere proprio in questa via agli ordini del caporale Marciński, quindi il suo battaglione sarebbe dovuto essere “Iwo”.  Probabilmente non venne nemmeno fatto prigioniero, forse nel momento della sconfitta mostrò il passaporto di cittadino britannico.

Solo nel 1949 si viene a sapere qualcosa di più: si ha infatti una scheda personale da lui stesso compilata, dove, oltre alla conferma scritta di suo pugno di aver fatto parte dell’Armia Krajowa (una dichiarazione di grande coraggio per i tempi), informava  di essere allora assunto  per il comune di Varsavia, nella sezione culturale e artistica. Tra gli anni Quarante e Cinquanta suonò ancora in diversi ristoranti della capitale.

Verso la fine degli anni 50 partì per la Gran Bretagna e non fece più ritorno in Polonia.

Alla rivolta di Varsavia parteciparono soprattutto polacchi, ma vi erano altre nazionalità: il gruppo più numeroso erano gli slovacchi, con un proprio battaglione, poi c’erano ebrei (forse un migliaio) sopravvissuti alla macchina di morte tedesca, alcuni inglesi, russi, ungheresi, italiani e persino un austrialiano. Ma questa è un’altra storia.

Luca P.

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