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Viaggio nella Polonia del socialismo reale: Nowa Huta

Di Luca Palmarini

Spesso quando si parla di Cracovia, oltre allo splendido centro storico e alle tradizioni della Piccola Polonia, ci viene in mente anche quello che oggi è un suo quartiere, Nowa Huta, un nome che per alcuni suona curioso, per altri triste. Nowa Huta è il risultato di un progetto, in parte riuscito, di creare una città in stile socialismo reale, la quale avrebbe dovuto ruotare intorno a una delle acciaierie più grandi di tutta la Polonia. Oggi Nowa Huta è un grande quartiere di Cracovia, conta più di 200.000 abitanti e, nonostante gli stereotipi negativi che si è portata dietro per molta anni, da questi parti si sta assistendo a un interessante sviluppo culturale, mentre i suoi abitanti stanno acquistando la coscienza di una propria identità locale.

La “città ideale” di Nowa Huta è avvolta da leggenda sin dalla sua nascita. Già nel 1947 venne creata una commisione speciale che si sarebbe dovuta occupare della sua fondazione. Alcuni perfino raccontano che alla creazione della città in stile socialismo reale fosse legato il misterioso viaggio d Bierut a Mosca, al fine di un importantissimo incontro con il “padre dei popoli”, Josip Stalin. Le prime decisioni prese al ritorno di Bierut dall’Unione Sovietica furono quelle di edificare una città che avrebbe reso gloria al socialismo. All’inizio il luogo prescelto si sarebbe dovuto trovare in Slesia, dalle parti di Dierżno. Alla fine il verdetto finale invece fu la periferia di Cracovia! Qui entra in gioco la teoria del complotto: che Cracovia fosse stata scelta dal governo comunista, non per il terreno favorevole e la sua posizione strategica, ma per la componente sociale in essa presente? In effetti erano gli anni subito dopo la guerra, Varsavia era completamente distrutta, la sua classe intellettuale decimata, Vilno e Leopoli erano perdute e i loro abitanti erano allo sbando in ricerca di nuove case nel nuovo occidente polacco,  Łódź aveva perso la componente culturale ebraica e quella tedesca, ma rimaneva abbastanza industrializzata. Cracovia invece, aveva mantenuto parte della sua componente culturale, da sempre legata all’antica università e agli ambienti intellettuali. Si trattava chiaramente di una classe intellettuale fondamentalmente anticomunista.

Secondo questa interpretazione, il governo comunista, con la creazione di una grande città socialista formata per intero della classe operaia, avrebbe arginato la tradizione intellettuale dell’antica capitale polacca,  da esso vista come una minaccia. La classe dirigente comunista di allora ancora non sapeva che questa scelta si sarebbe invece rivelata un gravissimo errore, facendo di Nowa Huta l’inizio della fine.

Nel 1948 il governo della Polonia popolare firmò un contratto con l’Unione Sovietica per l’approvigionamento di tecnologia e di macchinari necessari alla realizzazione di un grande stabilimento. Naturalmente il fabbisogno di una struttura di tal genere era enorme, in quanto la Polonia era ridotta in macerie; ovunque era necessario l’acciaio per ricostruire intere città e infrastrutture. La decisione definitiva per l’inizio dei lavori venne presa il 29 febbraio del 1949. Si era allora al termine di un piano triennale che aveva comunque portato i suoi frutti. La realizzazione di Nowa Huta venne inserita in un successivo piano quinquennale il cui sforzo maggiore sarebbe stato quello di realizzare uno stabilimento siderurgico enorme che avrebbe avuto bisogno di circa centomila operai. Di conseguenza, a fianco della struttura sarebbe dovuto sorgere un quartiere per ospitarli che, considerate le sue dimensioni, sarebbe diventato una vera e propria città.  Il 23 giugno del 1949 venne realizzato il primo casermone (blok) per i futuri operai. Il luogo prescelto era Mogiła, un villaggio appunto nei pressi di Cracovia. La città che avrebbe visto sorgere il sol dell’avvenire stava quindi crescendo. Solo quattro anni più tardi sarebbe stato messo in funzione il primo altoforno, la cui inaugurazione coincideva con il trentennale dalla morte di Vladimir Lenin. Venne così deciso che lo stabilimento siderurgico avrebbe preso il nome del padre della Rivoluzione. La scelta venne comunque influenzata anche dal fatto che in  precedenza Lenin aveva abitato a Cracovia e durante il suo soggiorno la città gli era persino piaciuta, avendola giudicata più interessante di Parigi!

 

Tutto sembrava quindi andare per il meglio. Janusz, operaio in pensione, mi racconta: “Sai, c’era una certa euforia tra noi operai. Costruivamo muro su muro, credevamo in una nuova Polonia, il piano triennale stava funzionando, c’era lavoro e da mangiare per tutti. La rapidità con cui la città cresceva era impressionante anche per noi operai. Quando siamo arrivati c’erano solo campi, un convento e qualche casetta. La convivenza con i russi che ci portavano i materiali era difficile, ma non potevamo permetterci di offenderli, comandavano loro. Non è stato per niente facile, ma alla fine ci siamo riusciti! Abbiamo costruito una città dal nulla”. Molti credevano davvero nel futuro del socialismo. Zdzisław è un pensionato che abita nel quartiere Willowe di Nowa Huta. Dopo tutto questo tempo crede ancora nella Polonia Popolare: “voto sempre SLD (gli ex comunisti). Io e miei compagni abbiamo costruito con le nostre mani Nowa Huta, mattone su mattone. Qui non c’era niente. Per me resta il posto più bello del mondo. Vede signor Luca, tra i palazzi c’è un bel po’ di spazio, del gran verde. Non come ora che, quando costruiscono i condomini, lasciano 8 metri tra un edificio e l’altro, così riescono a farci stare un palazzo in più, ma sono tutti stretti come sardine. C’erano i negozi, le panetteria, la biblioteca, persino un teatro abbiamo costruito!”. Questi due signori mi fanno venire in mente l’eroe di Nowa Huta, Piotr Ożański, lo Stakanov locale, cui Wajda si ispirò per il film L’uomo di marmo (Człowiek z marmuru). Il periodo comunista, come ogni altra fase storica, ha avuto i suoi eroi.

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A Huta ci fu  questo signore che in poco tempo divenne il simbolo della laboriosità socialista. La vigilia del 22l luglio (allora festa nazionale) insieme alla sua squadra di lavoro riuscì a porre bene 18900 mattoni, un vero record!  Fu l’occasione per il regime di glorificare un operaio, nel film diventato Mateusz Birkut. A differenza del personaggio cinematografico, Ożański non partecipò alle lotte per i diritti dei lavoratori, ma rimase un passivo beneficiario dello Stato. Lentamente il regime ne nascose la figura, anche perché egli era alcolizzato e spesso si presentava agli incontri di propaganda completamente ubriaco.

Nowa Huta non è però rimasta un giocattolo nelle mani dei grandi, era invece l’espressione degli operai che, arrivati da tutta la Polonia, erano soggetti a molte incomprensioni, ma che riuscirono a vivere una propria vita anche in un grigio sistema comunista. Nowa Huta era – e oggi lo è ancora di più – una città che pensa, che si organizza, che vive. La classe operaia non venne completamente strumentalizzata e non accettò di provare a distruggere quella intellettuale, anzi esse col tempo diventarono in un certo senso complementari. La città ideale, chiaramente atea, specchio del potere di una Varsavia centralizzatrice e comunista, non avrebbe mai dovuto avere una chiesa; sarebbe infatti dovuta essere una città senza Dio. Furono invece gli stessi “Nowohutesi” a volere una casa di Dio e lo fecero, sfidando apertamente il potere. Tutti conosciamo la messa celebrata da Karol Wojtyła e l’episodio della croce issata da cui sarebbe poi nata la chiesa Arka Pana. Alla fine il regime dovette infatti cedere. Fu proprio qui che in seguito sarebbero avvenute le più importanti proteste organizzate da Solidarność.

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Passeggiando per Plac Centralny, cuore di Nowa Huta, sembra di fare un salto indietro di 60 anni. La piazza è un museo a cielo aperto. La sua costruzione ebbe inizio nel 1949, il progetto venne realizzato da una squadra di architetti. A capo di essi vi era Tadeusz Ptaszycki, architetto già allora distintosi per aver attivamente partecipato alla ricostruzione di Wrocław. Se il visitatore si sofferma a guardarsi intorno a sé, senza dubbio nota che classificare questi edifici come palazzoni del periodo comunista, sarebbe un giudizio ingiusto. Infatti la realizzazione della piazza e delle vie che da esse dipartono, si rifa agli schemi architettonici del barocco. La piazza è circondata per tre parti da edifici in stile realismo socialista, mentre resta aperta a sud (è rimasta incompleta). Da essa si diramano cinque viali che potrebbero rappresentare i raggi di quello che avrebbe dovuto essere il sole dell’avvenire, simbolo spesso sfruttato da alcuni regimi comunisti dell’Europa centro-orientale. La precisione e la simmetria dell’opera sono ben visibili, soprattutto quando si osserva una sua fotografia a volo d’uccello.

Siccome Nowa Huta dal 1949 ha continuato a svilupparsi, per il centro si è creata la definizione di “Stara Nowa Huta”, mentre i quartieri più recenti sono spesso definiti la parte nuova del quartiere “Nowa Nowa Huta”.

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Al centro di Aleja Róż (viale delle Rose) si trovava la statua di Vladimir Lenin.  Barbara mi racconta: “Luca, ero bambina e quella statua mi faceva paura, con quel suo sguardo minaccioso, meno male che l’hanno abbattuta”. In effetti lo sguardo di questo Lenin non era dei più rassicuranti. La storia del monumento è turbolenta. Alcune volte si cercò di farla saltare in aria, l’atto venne sventato, una volta riuscì, ma la statua non ebbe molti danni. Dopo la caduta del comunismo venne tolta e acquistata da un magnate svedese. Oggi a sinistra si trova ancora il Ristorante Stylowa (Restauracja Stylowa) che del passato comunista ha fatto la sua icona. Si entra e si ordinano aringhe e cetrioli, come “ai bei tempi” oppure la carne “tatare” con l’uovo crudo, naturalmente accompagnate da una buona birra.

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Gli isolati  che circondano la piazza sono stati classificati con le lettere dell’alfabeto: abbiamo Centrum A, Centrum B, C, e D.  L’architetto che si occupò del loro progetto fu Janusz Ingarden. Senza dubbio  una delle concezioni  del gruppo di architetti capeggiati da Ptaszycki fu la Neighborhood Unit Concept ideata da Clarence Artur Perry, durante la corrente del New Deal. Una città socialista con, in fondo, ispirazioni a stelle e strisce.

Secondo queste linee guida ogni quartiere avrebbe dovuto ospitare qualche migliaio di abitanti e garantire una certa autosufficienza, in modo da risultare una città nella città, con proprie scuole, scuole materne, esercizi commerciali, centri culturali e biblioteche. Dal punto di vista psico-sociale, si sarebbe dovuto creare un rapporto di buon vicinato, dove tutti si conoscono, eludendo un grigio anonimato che finisce per ledere l’identità umana. Questo funzionalismo venne ulteriormente rinforzato dalla presenza di rifugi antiatomici in alcuni cortili dei primi isolati, il che senza dubbio richiamava non solo alla guera fredda, ma anche a una meno recente concezione di città-fortezza tipica del medioevo e del rinascimento. In effetti, se si osserva con attenzione la distribuzione dello spazio, si può notare come esso richiami un certo funzionalismo militare: poche porte permetto l’accesso nei cortili degli isolati; chiudendole  ci si ritrova in una fortezza, la larghezza de viali tra gli stessi isolati potrebbe essere stata calcolata anche come precauzione affinché non si propaghino gli incendi. Le decorazioni sulle sommità delle facciate, oltre a un richiamo artistico, potrebbero presentarne anche uno militare, visto che le possiamo benissimo immaginare come delle moderne merlature da cui i cecchini possono sparare in caso di assedio.

Questi fattori sono stati spesso trascurati per concentrarsi invece in una forte critica di tutto ciò che è stato semplicemente comunista. Oggi, dopo l’euforia della fine della dittatura comunista, si può osservare come la parte “antica” di Nowa Huta sia invece un capolavoro artistico. Il sapere unire un forte funzionalismo a una buona armonia architettonica e a una continuazione storica, annovera Nowa Huta tra le opere più importanti del Novecento.

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Osservando le facciate degli edifici, i balconi, le colonne e gli archi di ingresso si osserva come essi abbiano attinto ispirazione dalle forme rinascimentali e barocche.Il progetto presenta le caratteristiche più importanti di due concezioni: la succitata città ideale e quella  della città giardino.  Gli edifici in questione non superano i cinque piani di altezza (spesso ne hanno solo quattro). I richiami al rinascimento qui presenti hanno fatto nascere in alcuni la convinzione che la Nowa Huta degli anni Cinquanta fosse vista come una sorta di continuazione dell’antica Cracovia. Lo si può riscontrare in alcuni archi che permettono l’ingresso all’interno dei cortili degli isolati, che in certo qual modo ricordano quelli del Wawel realizzati da Francesco Fiorentino e da Bartolomeo Berrecci, esportati direttamente da Firenze. Alcuni invece vedono nei pinnacoli  degli uffici gemelli all’ingresso della fonderia un chiaro richiamo a quelli del cortile del Wawel o ai fondachi situati sulla piazza del mercato della città vecchia.  Nowa Huta doveva quindi unire l’idea di antica capitale rinascimentale e barocca con il nuovo corso, ovvero l’industrializzazione e il trionfo della classe operaia che, al pari dei monarchi poteva finalmente permettersi di realizzare una costruzione monumentale.

I decenni successivi vedono un cambiamento dell’architettura di Nowa Huta; i palazzoni diventano più alti, ma esteticamente più frivoli. Il disgelo invita in parte a dimenticare il terrore di guerre e invasioni, l’architettura perde quelle funzioni difensive previste all’inizio. I materiali diventano più scadenti, inizia il trionfo di quel tipo di costruzione condominiale che prenderà il nome di blok wielkiej płyty (Casermone fatto da grandi pannelli), meno costoso nella sua realizzazione, ma anche meno duraturo nel tempo. Spesso ci si ispirava ai cosiddetti palazzoni svedesi; il modello occidentale entrava lentamente all’interno del blocco comunista, al funzionalismo si sovrapponeva il modernismo.  Il progetto di Nowa Huta restava comunque incompleto. Il municipio, il cui progetto ricorda quello manieristico di Zamość, altra città ideale rinascimentale progettata da un italiano, non venne realizzato, mentre la piazza andava ancora completata. Sempre negli anni Settanta venne quindi iniziata la costruzione del Nowohuckie Centrum Kultury, portato a termine nel 1983. Il centro doveva ravvivare la vita culturale degli abitanti del quartiere socialista. Il regime ne fece uno strumento della “propaganda del successo”, voluta dal primo segretario Gierek. Oggi  Nowohuckie centrum Kultury è uno dei centri culturali più attivi di tutta Cracovia e della Polonia merdionale. La rotonda posta al centro della frenetica Plac Centralny è stata intitolata a Ronald Regan, confermando in un certo senso l’accettazione dell’edonismo reganiano anche all’interno della città socialista.

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Una visita obbligatoria è quella del Centrum administracyjne, all’ingresso dell’enorme fonderia. Si tratta di due palazzi gemelli posizionati ai lati dell’ingresso del complesso industriale. Qui si trova il quartier generale dello stabilimento siderurgico, la biblioteca tecnica e i vari uffici. Nell’archivio sono tra l’altro conservati tutti i numeri del settimanale “Budujemy socjalizm” (Costruiamo il socialismo). Oggi il settimanale si chiama Głos Nowej Huty”. Dal punto di vista architettonico il palazzo viene annoverato – insieme al Palazzo della Cultura e  al MDM di Varsavia – tra le migliori opere del socialismo reale in Polonia.  Il progetto iniziale era in stile classicista, prevalente in Russia, ma ciò avrebbe stonato con la realtà urbanistica polacca, dove lo stile dominante era invece quello rinascimentale. Esso venne quindi riproposto con caratteristiche richiamanti quest’ultimo. Le pareti esterne hanno un aspetto nobile, il richiamo al rinascimento è assai chiaro. La maggior parte dei dettagli architettonici è realizzata in pietra arenaria. Gli angoli a forma di bastioni sembrano ricordare una funzione difensiva.  Molti architetti vedono nella struttura alcune caratteristiche che richiamano, come anche a Plac Centralny, il tipico “palazzo in fortezza” italiano. La decorazione a attico sulla sommità richiama la Piazza del Mercato, i suoi crinali invece si rifanno al Vaticano o al palazzo dei Dogi di Venezia. E proprio così l’edificio è spesso chiamato: Pałac Dożow. Molti vedono in tale soprannome una certa ironia, ma non si può negare un tocco eleganza anni Cinquanta. Gli interni, sebbene in parte modificati negli anni Novanta, conservano scale in marmo, soffitti a cassettoni e l’ufficio del direttore con le pareti in noce del Caucaso. Qua e là si sono conservati anche mobili del periodo. Ora che la tecnologia sovietica presente all’interno della fonderia non è più avveneristica e non attira lo spionaggio industriale, capita spesso che vengano organizzate delle visite guidate nelle vie dell’enorme struttura. Una buona idea, considerato l’interesse che sta suscitando negli ultimi anni lo stile industriale, ma allo stesso tempo se le visite fossero individuali, tenendo conto dell’enormità dello spazio, potremmo spesso incontrare turisti smarritisi nei meandri dell’acciaieria alla disperata ricerca dell’uscita! Esistono addirittura linee tramviarie che servono solo alla fonderia, permettendo ai suoi dipendenti di spostarsi da una parte all’altra. All’interno si possono visitare i grandi hangar (Hala Martenowska, Hala Zgniatacz), gli altiforni e così via. Anche qui ogni cosa profuma di storia recente: di fianco a Hala Zgniatacz si trova il museo di nowa Huta e la parte dedicata a Solidarność. Nella vecchi mensa sono raccolti gli striscioni e i manifesti delle proteste contro il regime. Fuori si trova un monumento rappresentante la lettera V – realizzato durante le proteste e negato dal governo comunista in quanto la lettera V non esiste nell’alfabeto polacco, simbolo delle proteste di allora e chiamato comumente leprotto, in quanto richiamava le orecchie di questo animale, ma alludeva chiaramente al simbolo della vittoria reso popolare ancor prima da Wiston Churchill.

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A Nowa Huta tutto ricorda gli ultimi importantissimi anni di lotta contro l’agonizzante regime; alcune vie oggi portano nomi mistici: viale Jana Pawła Drugiego (Giovanni Paolo II), via Solidarność, via Andersa, via Obrońców Krzyża (difensori della Croce). Questi nomi hanno sostituito quelli comunisti di allora. Molte sono le targhe a ricordo della lotta. Il museo del periodo della Repubblica Popolare Polacca raccoglie i ricordi della lotta per la libertà. Il carro armato, davanti al Teatro Ludowy, altro splendio esempio di arte del socialismo reale, rammenta le repressioni delle proteste di strada. L’aria à intrisa di dolore e di storia.

Nowa Huta negli ultimi anni

In un quartiere come Nowa Huta le proteste degli anni Ottanta non sempre volevano significare un desiderio di cancellare completamente il sistema comunista. Gli operai di Huta combattevano per un ideale alla Dubček, ovvero un socialismo dal volto umano. Dopo la crisi, la legge marziale e le battaglie per la libertà, le aspettative di questa grande parte di Cracovia subirono una brusca frenata. Dal punto di vista economico le acciaierie entrarono in una  pesante crisi. Il capitalismo selvaggio, invece di riunire gli stabilimenti polacchi già in profonda difficoltà, creò un solco ancora più netto in quanto subentrò, in modo tra l’altro assai deciso, il concetto di concorrenza, mentre il mercato dell’industria pesante si stava restringendo sensibilmente. Alla fine del secolo scorso, all’interno dell’enorme struttura di Nowa Huta sono stati chiusi alcuni hangar e forni e la produzione è stata fortemente ridimensionata. La crisi si è inevitabilmente fatta sentire anche dal punto di vista della componente sociale e di conseguenza sono aumentati la disoccupazione e il disagio delle classi meno abbienti. La città di Cracovia ha continuato il suo processo di ghettizzazione morale del quartiere, affibiandogli primati che non le spettano. Lo stabilimento venne accusato dalle autorità comunali di bancarotta, il che portò alla chiusura di molte sue parti, spesso senza una scelta ben ponderata. Cominciò una decentralizzazione, fino a che, nel 1997,  la struttura venne trasformata in una società per azioni. Oggi fa parte di un consorzio che riunisce altre quattro acciaierie.

Spesso, quando si parla di Nowa Huta, ai polacchi viene in mente un tasso di delinquenza altissimo. In realtà, dalle statistiche emerge che il quartiere con il numero più alto di atti criminali è Stare Miasto, la città vecchia… ma le statistiche sono anche’sse relative. Un’altro primato negativo su cui non si può essere d’accordo è la produzione del tasso di inquinamento. Il quartiere possiede gli altiforni, ciò è innegabile, ma la produzione risulta fortemente ridotta, la presenza di verde e la ventilazione del territorio fanno sì che la parte più inquinata di Cracovia sia la città vecchia. Oggi gli abitanti di Nowa Huta si stanno nuovamente mescolando. Ai pensionati – ex dipendenti delle acciaierie – che ancora abitano nella parte più vecchia di Huta, si stanno affiancando sempre più giovani; in alcuni casi sono i loro nipoti, altre volte persone che hanno deciso di abitare qui, in quanto il centro è diventato invivibile e costosissimo. Le migliori condizioni di vita che Nowa Huta sta acquisendo invogliano sempre più persone ad abitare qui.

La vita culturale si è sviluppata molto anche grazie all’ottima attività culturale del cinema Sfinks e del bar C-2 Południe cafe, dove tutto è arredato come ai tempi del comunismo, ma i ragazzi che vi fanno i concerti sono il futuro del quartiere. Un’atmosfera davvero unica.

A volte vado a Nowa Huta per fare delle passeggiate e pensare. Vi trovo una “città” pulita e ordinata, molto, ripeto molto verde. Il regime aveva pianificato grandi viali alberati, aiuole e altro. Vi si trova anche un splendido laghetto con i cigni. Forse Nowa Huta non sarà un cigno, ma devo dire, con tutta sincerità, che non è nemmeno un brutto anatroccolo.

Buona visita a tutti!

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