link Il Palazzo della cultura e della scienza di Varsavia: socialismo reale che diventa tema letterario

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Il Palazzo della cultura e della scienza di Varsavia: socialismo reale che diventa tema letterario

Di Luca Palmarini

Articolo pubblicato su: Il Foglio letterario 

(La traduzione in lingua italiana degli estratti dalle opere polacche è opera dell’autore dell’articolo)

Una volta si stagliava solitario nel centro di Varsavia. Con la sua struttura rivolta verso il cielo sembrava essere il tempio della nuova religione, il comunismo, il sole del nuovo avvenire. Sotto di lui una distesa di spazi vuoti, ferite lasciate dalle distruzioni della guerra che insieme ai palazzi casermoni, i “bloki”, grigia e fredda espressione del socialismo reale, proponevano un paesaggio a dir poco desolante. Si è parlato tanto del Palazzo della Cultura e della scienza (abbreviato in PkiN), del “regalo di Stalin”, per alcuni un obbrobrio, per altri un simbolo. Di per sé questo edificio non è peggiore di tanti altri grattacieli realizzati a New York nella prima metà del XX secolo; del resto l’ispirazione architettonica venne proprio dall’America. Per molti il lato peggiore del Palazzo della Cultura non è il suo aspetto architettonico, bensì il significato intrinseco di dominazione sovietica che esso trasmette.

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Oggi il Palazzo della Cultura è attorniato da sfavillanti grattacieli che spuntano come funghi, simbolo del benessere economico che la Polonia sta vivendo. Doveva scomparire, dovevano abbatterlo, eppure è sempre lì. Ormai è diventato un simbolo, se non “il simbolo”, della città di Varsavia, della capitale. Questa sua invadente presenza, il suo simbolismo, prima politico poi storico, ha fatto sì che il Palazzo della Cultura sia diventato un tema letterario, cinematografico e musicale.

Il regime comunista fece del canto uno dei suoi vanti. Già durante la costruzione del Palazzo, nel 1953 venne composta la canzone Piosenka o Pałacu Kultury, con la musica di Władysław Szpilman e il testo di Stanisław Ziembicki. Allo stesso tempo comparvero anche poesie che esaltavano il dono del fratello sovietico. Uno degli autori era Jan Brzechwa. In un frammento si legge: Durerà come l’amore verso un bambino, durerà come l’amicizia con il sovietico vicino, un altro poeta era Witold Degler che scrisse: “Sul puntone del Palazzo solo il vento tira, in alto nel sole brilla la sfera di cristallo”.

L’opera letteraria più conosciuta in cui si attesta la presenza del Palazzo è Mała Apokalypsa (Piccola Apocalisse), di Tadeusz Konwicki. Il romanzo venne pubblicato per la prima volta nel 1979 sulle pagine della rivista clandestina “Zapis”, ma si dovette aspettare il 1988 per vederne l’uscita ufficiale. Fu poi tradotto in diverse lingue e nel 1993 ne vennne tratto anche un film dall’omonimo titolo. La trama è incentrata su due fatti: l’arrivo delle autorità per un congresso con annessa parata e la scelta dell’opposizione clandestina che qualcuno si immolasse davanti al Palazzo, dandosi fuoco. Sarebbe dovuto essere essere un gesto politico contro il totalitarismo e allo stesso tempo il gesto avrebbe risvegliato le coscienze assonnate dei polacchi. Al sacrificio era stato chiamato proprio il protagonista del palazzo. Descrivendo una città sporca, brutta, disordinata, con scarsità d’acqua e gas, code chilometriche ai negozi, con le infrastrutture che cadono a pezzi, Konwicki fa compiere al suo protagonista un percorso attraverso le vie principali della capitale. Alla stregua delle facciate dei palazzi, anche il credo del protagonista del romanzo comincia a sgretolarsi. Il lettore percepisce uno stato di agonia, di “morte indefinita”. Il cinismo di Konwicki non risparmia nessuno: viene evidenzata la decadenza della classe al potere, la passività della società incatenata, ma anche l’indifferenza dell’opposizione. L’unica via di salvezza sembra dunque essere la morte. Konwicki trasmette il rifiuto che i varsaviani provano verso il Palazzo che, oltre a essere un regalo di Stalin, mal si armonizza con il resto dell’architettura della città, avendone tra l’altro sconvolto l’assetto urbanistico e diventandone il nuovo epicentro.
Nella prosa di Konwicki la sagoma del Palazzo diviene una vera e propria ossessione. Lo scrittore lo vedeva anche da casa sua, in via Górskiego. Ne fa uno dei ritratti più interessanti, rappresentandolo come simbolo del potere della dominazione sovietica in esorabile decadenza:

La grandiosa costruzione a punta suscitava paura, odio, una sorta di magica minaccia. Il monumento alla superbia, la statua della non-libertà, una torta in pietra simbolo d’ammonimento. Adesso è solo una grande baracca messa in risalto. Una latrina consumata dalla muffa e dai funghi, dimenticata ad un bivio dell’Europa centro-orientale

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Il passato in Konwicki ritorna spesso come sogno di un paradiso perduto, di un’infanzia lontana, ma nel presente esso assume in significato di morte, di guerra o semplicemente di incubo. Una delle soluzioni pensate nel libro era di fare saltare in aria quel grande fratello che dall’alto della sua guglia di metallo osservava tutta la Polonia. L’idea viene sviluppata da un altro scrittore, Edward Redliński, in quella che viene considerata la più controversa delle sue opere, Krfotok, del 1998. Il romanzo immagina una storia alternativa per la Polonia nell’ultimo ventennio del XX secolo. Il colpo di Stato del generale Wojciech Jaruzelski non viene messo in pratica, Lech Wałęsa, dopo aver subito un attentato, si ritira a vita privata. Il paese sprofonda così nel caos: nel gennaio del 1982 il Palazzo dela Cultura viene fatto saltare in aria, si assiste ad un’altra insurrezione di gennaio e così l’Unione Sovietica decide di invadere la Polonia. La “guerra patriottica” si conclude con l’armistizio di Terespol, grazie a cui l’URSS si annette parte della Polonia orientale, la Germania Est, invece, i territori polacchi occidentali. Il libro si chiude con un dubbio: la Polonia continuerà a esistere ridotta ai minimi termini, oppure entrerà nella Federazione Sovietica? Krfotok è un libello sulla nuova mitologia nazionale polacca. Varsavia brucia e sembra esserne orgogliosa: è nuovamente una città eroica. I fatti nella storia polacca si susseguono in modo rapido e violento come un’emoraggia (in polacco “krwotok”, non a caso simile al titolo Krfotok), la Polonia versa il suo sangue, presentando una continua dicotomia tra la ragione e il cuore. O forse tutto è falso, tale dicotomia non esiste più, ma la società polacca non se ne rende conto:

Sai cosa ho pensato per eccitare l’ambiente? Lasciamo che questa notte nella sala dei Congressi abbia luogo … il ballo di governo! I dignitari. L’ambasciatore sovietico. E i generali, i generali! Loro, gli attentatori, hanno fatto quello che bisognava fare, se ne sono andati, adesso aspettano, osservano il palazzo e … le lancette dell’orologio. Mentre là, nel palazzo, il ballo … e quando finalmente si elimina quel fottuto palazzo, si mostrerà in un film al rallentatore. Come sono volati in aria i monumenti, i generali, gli ambasciatori, le onoreficenze … e su una nuvola gli dà il benvenuto il patrono del palazzo, Josip Stalin… e accompagna questa gentaglia all’inferno! Nei pentoloni già stanno lessando Marx, Engels, Lenin, Trockij, Dzeržinskij, Bierut! Non è una cosa fantastica?

Il poeta varsaviano Miron Białoszewski osservava il Palazzo della Cultura dalla riva destra della Vistola, dal quartiere di Praga, e in esso vedeva il tempio di Salomone. Interessante è la descrizione che fornisce lo scrittore Leopold Tyrmand, conosciuto soprattutto per Zły e Dziennik 1954. Gli piaceva il Palazzo, gli ricordava i grattacieli americani. In seguito nei suoi scritti subentrò una certa inquietudine. Leggiamo da Dziennik 1954:

Andai a vedere alcuni progetti urbanistici e architettonici che proponevano una soluzione urbanistica per piazza Stalin, che sarebbe diventata il nuovo centro della futura capitale, tutt’intorno al famoso grattacielo ‘dono’ della Russia a Varsavia, chiamato Palazzo della Cultura. […] Alcuni vedevano in esso il duro pugno della Russia che aleggiava sulla città […], i marxisti balbettavano dalla gioia, il popolo varsaviano lo battezzò subito Pechin, il che è una scherzosa abbeviazione del suo nome, ma nello stesso momento l’appellativo di una vecchia e sovraffollata palazzina popolare dell’anteguerra che si trova all’angolo di via Złota e Żelazna. Io facevo parte dei peggiori oppositori di quel presunto obbrobrio […] il grattacielo sovietico che si stagliava col suo scheletro d’acciaio era ancora accettabile, non irritava per la sua massa, anzi lasciava ammirati per l’enorme sagoma. Quando venne chiuso da un elmo pseudorinascimentale, decorato sulla sommità da una guglia, si iniziarono a incollare delle corone di decorazione come quelle sui dolci e degli attici sulle singole parti del corpo, allora comprendemmo cosa significa il realismo sociale e che orrore ne sarebbe scaturito.

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Il palazzo della Cultura si ritrova anche come sfondo (o motivo nascosto) in alcuni film. In alcune pellicole già lo si vede a costruzione non ancora ultimata. Il vuoto desolante della Varsavia del dopoguerra che circonda l’enorme palazzo appena costruito viene immortalato nel film Niewinni czarodzieje del 1960, di Andrzej Wajda. Sempre Wajda celebra l’edificio nel film Czlowiek z marmuru (L’uomo di marmo), facendone un luogo di spogliarelli. La costruzione è presente anche nel settimo episodio di Dekalog di Krzysztof Kieślowski. Dietro le quinte del teatro Lalka ha luogo la drammatica scena del rapimento del bambino. Molti altri film presentano scene riprese al 30 piano, dove si trova la terrazza panoramica. Tra essi il mitico Miś di Stanisław Bareja. In Rozmowe kontrolowane di Sylwester Chęciński, del 1992, uno sciacquone tirato in modo troppo brusco ne provoca il crollo (il film insieme a Miś e Ryś costituisce una trilogia storica). Il protagonista, dopo esser riuscito a uscire dalle macerie del Palazzo, rassicura tutti dicendo: non vi preoccupate, lo ricostruiamo. Nella commedia Kiler Ferdynand (Jerzy Englert) prova invece a venderlo alla mafia colombiana.
Il Palazzo ebbe un certo successo anche in campo musicale. Nella Sala dei Congressi nel 1967 ebbero occasione di suonare i Rolling Stones. Ci furono anche altri ospiti famosi tra cui si può citare Miles Davis. Uno spaesato David Bowie ci passa davanti, uscendo dalla stazione per una passeggiata durante una pausa: era di ritorno da un concerto in Unione Sovietica. Ne nascerà il brano Warszawa, in cui non si cita esplicitamente il Palazzo, ma lo si percepisce tra le note cupe.
Nella musica polacca numerosi sono i gruppi che hanno reso omaggio al simbolo sovietico. Tra essi c’è il mitico gruppo Czerwone Gitary che nella canzone Człowiek z liściem na głowie, del 1992, canta: Uważaj to nie chmury to Pałac kultury (Attento non sono nuvole, ma è il Palazzo della Cultura). Il valore simbolico di strumento di oppressione sovietica prese il sopravvento negli anni 80 del XX secolo, quando venne sfruttato da molti gruppi rock dell’epoca che grazie alla Perestrojka potevano esprimersi un po’ più liberamente.
Il gruppo Dezerter suona la canzone Pałac in cui lo descrive mentre si staglia con la sua punta nel cielo mentre qualcuno alla base del palazzo desidera farlo saltare in aria. Sempre i Dezerter nel 2001 pubblicano l’album Decydujące starcie sulla cui copertina si vede Godzilla che mangia il Palazzo. Un Palazzo della Cultura in versione deformata dagli eccessi dell’alcol della notte varsaviana è presente nel video Warszawa del gruppo T. Love.
Negli ultimi anni sono apparse alcune pubblicazioni dedicate all’edificio, ne segnalo due. Michał Murawski, antropologo, ha realizzato Kompleks Pałacu. Społeczne życie stalinowskiego wieżowca w kapitalistycznej Warszawie. La sua ricerca è improntata su una nuova metodologia da lui stesso definita “palazzologia”, che, libera da sentimenti di odio o di amore per la costruzione, ha permesso di analizzare la funzione del Palazzo nel tessuto urbano. Si scopre che il Palazzo non è solamente un punto di riferimento geografico che ci aiuta a capire dove siamo, ma un luogo in cui o intorno a cui si intraprendono relazioni interpersonali. Un’altra pubblicazione da segnalare è Pałac w Warszawie (Il palazzo a Varsavia) di Waldemar Baraniewski. L’opera, oltre a proporre analisi sullo stile architettonico, presenta l’edificio non come un’opera a sé stante, una cattedrale del deserto, bensì come parte integrante della città, insieme alla quale cambia e si trasforma.

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Nonostante la sua età e gli eventi che si sono susseguiti ai suoi piedi il Palazzo è ancora lì. La casa editrice Czarne ha raccolto una serie di storie dal titolo Jako dowód i wyraz przyjaźni (Come prova ed espressione di amicizia). Alcuni ricordano come “la torta di arenaria” venne costruita, quando gli operai polacchi lavoravano al fianco di quelli sovietici, altri raccontano dell’oppressione che sentivano ogni giorno recandosi al lavoro.
Che si voglia o no, il Palazzo è ancora lì e Varsavia continua a vivere con esso in una certa simbiosi.

Luca Palmarini

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