Prima di Jan Palach: il grido di dolore di Ryszard Siwiec e il suo gesto estremo allo stadio di Varsavia

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Di Luca Palmarini
Molti di noi conoscono la storia di Jan Palach, studente cecoslovacco che come segno di protesta contro l’invasione degli eserciti del Patto di Varsavia si diede fuoco in Piazza Venceslao a Praga. Prima di Palach, però, il tragico gesto venne compiuto da un polacco, Ryszard Siwiec, che l’otto settembre 1968, presso lo Stadion Dziesięciolecia di Varsavia, davanti a 100.000 spettatori e ai rappresentanti della Polska Zjednoczona Partia Robotnicza, il Partito Operaio Unificato Polacco, si diede fuoco per protesta contro l’invasione della Cecoslovacchia messa in atto dai paesi che aderivano al Patto di Varsavia.  Quasi sei mesi più tardi Jan Palach avrebbe fatto lo stesso

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Siwiec era nato a Dębica, ma aveva studiato filosofia nella vecchia Leopoli. Da sempre era un’attivista anticomunista, spesso scriveva volantini antiregime che distribuiva in diversi luoghi firmandosi con lo pseudonimo di Jan Polak.
L’otto settembre del 1968 decise di recarsi in treno a Varsavia per compiere il suo gesto estremo. Era al corrente della grande festa che stava avendo luogo allo stadio. Aveva le idee chiare: voleva che lo vedessero più persone possibile e la celebrazione della festa popolare di Dożynki era l’occasione adatta. Siwiec aveva lasciato un testamento scritto e uno registrato su un magnetofono, pregando i suoi cari di ascoltare il suo grido di dolore. Durante il viaggio fece in tempo a scrivere anche una lettera indirizzata alla moglie, lettera che spedì dalla capitale prima di darsi fuoco davanti a tutti. La lettera venne però intercettata dai servizi di sicurezza per venire così nascosta per molti anni. La moglie, infatti, l’avrebbe ricevuta solo 22 anni dopo! Nella missiva Siwiec pregava la consorte di capirlo, scrivendole che all’idea di quel gesto estremo sentiva una pace interiore, che doveva farlo per la libertà. E così fu. Si cosparse di trielina per poi distribuire alcuni volantini ai presenti e dopo darsi fuoco. Mentre bruciava, il polacco gridava: “Protesto!
Siwiec morì nell’ospedale del quartiere di Praga a Varsavia il 12 settembre, dopo atroci tormenti. Aveva ustioni su quasi il 90 % del corpo. Le sue esequie si svolsero a Przemyśl. Il fatto non venne minimamente menzionato dai media, anzi negli ambienti che erano a conoscenza di ciò che era avvenutoi servizi segreti polacchi diffusero la falsa notizia che Siwiec fosse da tempo malato di mente. Durante lo svolgimento del funerale agenti in borghese facevano finta di essere parenti e amici del defunto, parlando con i presenti della sua depressione e della dipendenza dall’alcol.

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Oggi lo stadio Dziesięciolecia non esiste più: al suo posto si trova lo Stadio Nazionale (Narodowy), orgoglio della Polonia moderna e del suo sviluppo. Una via che passa vicino all’impianto sportivo porta proprio il nome di Siwiec, ulica Ryszarda Siwca, e sempre vicino allo stadio si trova il monumento che ricorda il suo gesto di ribellione verso il regime. Anche la capitale della Repubblica Ceca gli ha dedicato sai una via cheun monumento.
La storia di Ryszard Siwiec è raccontata nel film Usłyszcie mój krzyk (Sentite il mio grido) del regista polacco Maciej Drygas. Un sacrificio per la libertà. Non dimentichiamolo.

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